Interrogativi sul Creato PDF Stampa E-mail
Riflessioni
Domenica 09 Maggio 2010 18:18
Dall'Avvenire del 9 maggio 2010 - La teologia s’apre al pubblico e s’interroga sul creato
Mettersi a confronto col mondo per leggervi i segni della presenza di Dio, benedicendo – nel senso etimologico del termine, «dire bene» – anche quegli aspetti, come la morte o la malattia, o perfino la crisi economica, che siamo portati a liquidare come sconfitte.
È un incoraggiamento a guardare la realtà come «metafora aperta», scorgendovi un filo provvidenziale pur nel caos apparente del nostro tempo, quello che Elmar Salmann ha lanciato ieri da Piacenza, nell’intervento che ha fatto da prologo a «PiacenzaTeologia». Al monaco benedettino, docente di filosofia e teologia sistematica al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e all’Università Gregoriana, il compito di introdurre il tema della rassegna teologica in programma dal 14 al 16 maggio, «Tu hai fondato la terra: parole sulla Creazione», che vedrà ospiti, tra gli altri, anche Pierangelo Sequeri, Fiorenzo Facchini, Jean Louis Ska e, in video dal Carmelo in cui si trova, Cristiana Dobner.
Lungi dal volersi porre in concorrenza con le scienze naturali, Salmann ha proposto una chiave di lettura dell’universo alternativa, quella dell’empatia. «Prendere coscienza che il mondo è una Creazione richiede da parte nostra un’attività interpretativa e una grande apertura, una meraviglia».
L’esserci del mondo «si deve a una parola, a un intervento, a una Presenza».
Per questo l’uomo che lo abita è «costretto» a riconoscervi qualcosa che non dipende da lui, «un’apertura ad Altro da sé».
Più che artigiano o produttore – fa notare il teologo – Dio nella Genesi è presentato come una sorta di artista della parola. «Disse» e «fu» sono le azioni che descrivono la Creazione.

«Come una poesia si deve alla creatività dell’autore che, nel momento in cui trova la parola 'giusta', già realizza un’opera che sa dischiudere il reale», esemplifica Salmann, così il mondo nasce dalla «espressività della parola divina» e quel divino vi permane, pur nascondendosi nelle pieghe della storia. Sta a noi uomini fare il passaggio dell’interpretazione, metterci in ascolto del mondo con empatia, con desiderio di capire, prima ancora di dare valutazioni che – dice Salmann – «sanno di risentimento e di angoscia».
L’atteggiamento giusto è quello che sa unire «umiltà e forza d’animo».
Prendere sul serio la Creazione vuol dire allora recuperare la capacità di stupirsi e al tempo stesso fare i conti con una ferita. «Accettare che il mondo non dipende da me implica prendere atto della precarietà della mia vita. Ma «precario» – precisa Salmann – è una bella parola: significa «degno e bisognoso della preghiera». Dunque lasciarsi ferire da una realtà che non possiamo controllare – nella consapevolezza che a guidarla c’è un disegno di bene per la mia storia e per la storia del mondo – è in realtà una «benedizione», è la possibilità di «aprirsi al ringraziamento, alla domanda, al lamento, alla contemplazione». È l’eredità di san Benedetto, che con la sua Regola «crea un ordine di spazio e di tempo vivibile», ossia arriva «a benedire ciò che è limitato, contingente». Una bella differenza – fa notare Salmann – dal fascino contemporaneo per la «frenesia dell’illimitato, dello sconfinato, di una crescita senza limiti».
Riappropriarci del mondo come dono di Dio è un invito a non soccombere di fronte alla fragilità umana, a trasformarla da «sconfitta» – dice Salmann – in «benedizione difficile della nostra vita». Solo così tratteremo il creato come «una casa abitabile di cui avere cura». Solo così guarderemo con rispetto noi stessi e gli altri. Ecologia ed «oeconomia» – avverte Salmann – non vanno mai disgiunte. C’è bisogno di tenere aperti la mente e il cuore, come san Benedetto, che «nel fratello, ma pure negli strumenti del lavoro, vedeva piccole epifanie di Cristo».
Elmar Sallman: «Ecco come scorgere un filo provvidenziale nel caos apparente del nostro tempo»
Ultimo aggiornamento Domenica 09 Maggio 2010 18:28