I NOSTRI 400MILA PRETI CATTOLICI - Questi uomini che amano i figli d'altri come figli loro PDF Stampa E-mail
Riflessioni
Scritto da Marina Corradi   
Domenica 14 Marzo 2010 15:59
Dall' editoriale di Avvenire del 14 marzo 2010
Quasi ogni giorno dalla Germania ar­rivano notizie di casi di abusi pedo­fili addebitati a sacerdoti. Storie ri­salenti a cinquant’anni fa, come a Rati­sbona, e difficili da verificare. O nuove de­nunce, da vagliare con rigore, per fare pie­na luce, come vuole il Papa, sul più intol­lerabile dei crimini. Per rendere giustizia alle vittime e, eventualmente, agli inno­centi. Ma sembra che una gran ruota me­diatica si sia messa in moto, quella ruota che giudica e condanna già nel pronun­ciare un nome; e all’infinito replica quei nomi, e quelle già decretate condanne. Al­lora tra quanti si sentono appartenenti al­la Chiesa percepisci un’ombra di scora­mento amaro: ma la nostra Chiesa, i no­stri preti, possibile che se ne parli solo per associarli alla colpa, di tutte, più terribile?

Smarrimento, e il dubbio che questa on­da mediatica, nel denunciare episodi an­che autentici, taccia di un’altra parte, mol­to più grande, della realtà. Che insegua con i riflettori colpevoli veri o presunti, e ignori la silenziosa immensa moltitudine di sacerdoti fedeli. ( Trecento, secondo il Vaticano, gli autentici casi di pedofilia im­putabili a sacerdoti nell’ultimo mezzo se­colo; quattrocentomila i sacerdoti catto­lici nel mondo).
No, non è riducibile a quelle accuse, al pu­re tragico fallimento di alcuni, la testimo­nianza resa dai preti ai credenti. Che leg­gono i giornali, li chiudono sgomenti, ma vanno invece con la memoria a un orato­rio, a un’infanzia; alla faccia di un uomo. Al ricordo di uno che ti accoglieva, e vole­va bene, quando magari attorno c’era so­lo la strada; che era certo che anche nei peggiori ci fosse del buono; che era padre più del padre vero, perché, a differenza di non pochi padri di oggi, era convinto che ognuno di noi ha un compito, e un desti­no buono.
Ci sono milioni di uomini e donne al mon­do, che nella loro infanzia e adolescenza hanno questo ricordo. Magari centrale, magari solo in un angolo – voce poco a­scoltata in distratte lezioni di catechismo. Tuttavia, da adulti, anche tanti dei più lon­tani rimandano i loro figli al catechismo: come nell’eco di una parola ascoltata fret­tolosamente, non ben compresa, e però, intuiscono ora, importante. Come nel ri­cordo della faccia di un uomo, che co­munque perdonava – e che andresti a cer­care, con una strana urgenza nel cuore, il giorno in cui sapessi che il tempo ormai è breve.
Fanno più rumore, certo, quegli alberi spezzati, schiantati dal male, che la gran­de foresta che intorno silenziosamente cresce. La limpidezza voluta da Benedet­to XVI nell’anno sacerdotale si confronta con lo sguardo degli uomini, e con il vo­lano vorace dei media. Con un accani­mento che, ha notato il portavoce della Santa Sede padre Lombardi, «a Ratisbona e a Monaco ha cercato elementi per coin­volgere personalmente il Papa nella que­stione degli abusi». E addirittura, si direb­be, con un compiacimento nel cercare di disfare col fango l’immagine stessa del sa­cerdozio. Come se ci fossero, sotto, altri conti da saldare con questi uomini così cocciutamente diversi, così assurdamen­te celibi, così non disposti a conformarsi alla mentalità corrente.
Benedetto XVI parlando venerdì scorso alla Congrega­zione per il Clero ha usato una espressio­ne, per indicare il cuore del sacerdozio: «essere di un Altro». (Incomprensibile al mondo: essere di un Altro, con la A maiu­scola? Di un Altro, chi? Ma se ogni uomo moderno sa bene, di appartenere soltan­to a se stesso). E dunque la tempesta monta. Tradimen­ti veri, come colpi di scure nella storia di bambini e adolescenti, oppure voci, e an­che bugie. Tempesta: ma che non tocchi, questa giostra di verità mescolate a vele­ni, la memoria di quella faccia, di quel­l’uomo nel campo dell’oratorio, la dome­nica. Che giocava a pallone, e portava in montagna, e poneva domande che gli al­tri non fanno. Quell’uomo, così certo in una speranza incrollabile. Che – essendo di un Altro – poteva amare quei figli d’al­tri, come figli suoi.
Ultimo aggiornamento Domenica 14 Marzo 2010 16:15